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La Natura della Sostanza. Incontro con Carlo Noro

Carlo Noro è un po’ un Siddartha dei nostri giorni: nei suoi 55 anni ha vissuto molte vite, navigando attraverso molti mari.

Nasce nel ’51 a Piglio, in Ciociaria, patria del Cesanese, dove trascorre l’infanzia, fino ai 10-11 anni.

Suo padre era agricoltore: coltivava principalmente vite e olivo e produceva in media 24 botti di vino all’anno, oltre a olio e grano.

Poi la svolta: a causa della grandine vanno persi tre anni consecutivi di raccolto, la crisi economica che ne consegue costringe il padre ad emigrare con la famiglia in Toscana, a Ponte Buggianese (PT) a 8 km da Montecatini Terme. A circa 20 anni, terminati gli studi all’Istituto Professionale per le Arti Grafiche, da linotipista specializzato, impianta a Roma una tipografia (tra l’altro, nell’uso dei colori complementari in biodinamica, dice di essere stato molto aiutato dalla sua esperienza tipografica). L’attività procede bene per alcuni anni, ma poi, sopraffatto dalla mole degli impegni (a poco più di 20 anni, ha 2 operai e lavora 15 ore al giorno), non sentendosi più padrone della propria vita, cambia radicalmente attività: viene assunto da una banca, per la quale lavorerà per circa 20 anni.

La tua passione per l’agricoltura, il richiamo delle radici, però, non si assopiscono mai.

Durante il mio periodo di lavoro da bancario, mi sono dedicato contemporaneamente anche all’attività agricola. Quasi subito mi sono avvicinato all’antroposofia e quindi alla biodinamica e ho coltivato sempre il sogno di mettere su un’azienda agricola. Sogno che ho coronato intorno ai 40 anni. Prima di arrivare qui dove sono ora, avevo un’altra azienda a Zagarolo, dove coltivavo prevalentemente la vigna e producevo un bianco da Trebbiano. Sei anni fa ho realizzato quest’azienda che è l’immagine esatta di ciò che ho sempre sognato di realizzare mentre la vita mi portava apparentemente in altre direzioni.

Perché hai smesso con la vitivinicoltura, cui ti legavano le tradizioni familiari?

Perché sono andato in crisi: non riuscivo a portare avanti la produzione senza i trattamenti con rameici che in quegli anni, come la vigna e il vino in generale, non erano ben visti nell’ambito del circolo antroposofico di Roma di cui facevo parte. Allora ho spiantato tutto. Ma questo mi ha dato lo stimolo a proseguire nella ricerca e oggi sono convinto di poter fare a meno del rame, che è profondamente deleterio per la terra. La conferma viene dalla considerazione che oggi riesco a produrre senza rameici pomodori, patate ed altre solanacee, sicuramente più suscettibili della vite alla peronospora.

Dicci di questo luogo, dove hai deciso di fermarti per dare una forma definitiva al tuo progetto.

Il luogo è stato scelto perché è una zona molto fredda2 che è un aspetto fondamentale per il corretto allestimento dei preparati: la gran parte di essi, dopo l’interramento, richiede il gelo invernale perché si abbia la stasi delle attività della materia e quindi si possa raccogliere il cambiamento; più il clima è freddo, più il materiale organico si trasforma, tanto più il preparato sarà efficace. Tutto ciò sembra, tra l’altro, in apparente contraddizione con i principi della chimica, secondo cui è il calore, le alte temperature a stimolare tutte le trasformazioni. Mi ha attratto anche la natura vulcanica del suolo. Anche di questi terreni, però, va raccontata la storia: dall’80 al ’90 circa c’erano uva da tavola (Uva Italia) e frutteto (mele, pere, pesche, susine), tutto intensivo con grosse produzioni. Quando sono arrivato ho fatto fare le analisi del suolo e ho trovato notevoli presenze di nitrati e metalli pesanti, oltre a residui di materiali plastici. Quando sono giunto qui nel ’97 per costruire la casa, ho iniziato a fare anche un po’ di orto familiare, ma non riuscivo ad ottenere alcun prodotto: le colture non andavano avanti. Interpellati i vicini, ho conosciuto il vecchio fattore dell’azienda che mi ha raccontato quello che facevano, come coltivavano e mi ha detto che, secondo lui, su quei terreni, senza abbondanti concimazioni minerali, non sarebbe stato possibile realizzare alcuna coltura. Oggi, di fatto, la situazione, come si può vedere, è ampiamente recuperata, grazie all’uso dei preparati biodinamici ed in particolare del cornoletame, utilizzato in maniera intensiva all’inizio, quando era necessario bonificare il sito. E posso dire, sia sulla base delle verifiche analitiche che dei risultati colturali, che nitrati e metalli pesanti non si riscontrano più.

Facciamo un passo indietro: cosa ti ha mosso a occuparti di biodinamica?

In parte è stato il mio avvicinarmi alle tesi filosofiche dell’antroposofia. Ma è stata soprattutto la mia passione per l’agricoltura. Il fatto è che i terreni oggi sono impoveriti, morti per effetto dell’azione della chimica (fertilizzanti, antiparassitari, diserbanti) e della spinta verso rese eccessive: perciò è necessario che i processi biologici vengano riattivati con un’azione dinamica complessiva. Un terreno isterilito dall’azione di antiparassitari, diserbanti e tutto il resto, non può essere recuperato con le tecniche convenzionali o anche biologiche. Con la biodinamica è possibile. E’ stato proprio lo studio delle conferenze di Steiner sull’agricoltura3 a rappresentare per me la molla; in particolare quando dice che l’agricoltura deve cambiare perché la terra ha perduto la sua vitalità e quindi auspica il ripristino delle condizioni e degli equilibri che una volta esistevano e sono stati progressivamente alterati. Steiner ha dimostrato capacità di preveggenza, anticipando problematiche come la fillossera, la mucca pazza e altri.

Qual è l’attività principale della tua azienda agricola?

L’attività aziendale prevalente è l’allestimento dei preparati biodinamici. Le coltivazioni principali sono, perciò, le erbe officinali necessarie ad ottenere i preparati: valeriana, achillea, camomilla, ortica, tarassaco, quercia. Fino a qualche tempo fa avevo anche le pecore. Il letame necessario per i preparati lo acquisto da un’azienda zootecnica biodinamica, in attesa di insediare in azienda le vacche che danno una materia prima migliore per la produzione del corno-letame. La mia missione è, per così dire, realizzare preparati di buona qualità che consentano alle aziende che decidono di passare al metodo biodinamico, di praticarlo con successo. Ho tanti clienti in Italia e fuori, anche aziende di grandi dimensioni: i preparati vengono inviati tramite corriere e mediamente in 2 giorni sono a destinazione. I prezzi sono quelli di mercato, talvolta anche un po’ al di sotto e posso garantire che il costo per l’utilizzo dei preparati è veramente contenuto, assolutamente non paragonabile ai costi dei prodotti utilizzati in agricoltura convenzionale.

Steiner parla di “organismo aziendale” come di un’entità chiusa ed autosufficiente e molti raccomandano di produrre da sé i preparati; come mai tu ritieni importante che ci siano aziende come la tua specializzate nell’allestimento dei preparati stessi?

E’ vero che Steiner parla di “organismo aziendale”, ma questo, come altri suoi concetti, non possono essere presi alla lettera e applicati in maniera astratta, praticando una sorta di integralismo antroposofico. Tutto va interpretato e applicato alla realtà che ci si trova di fronte, con il solo obiettivo di trovare una soluzione ai problemi. Lui stesso dice che, in senso assoluto, l’obiettivo dell’organismo chiuso non potrà essere raggiunto, ma l’azienda deve cercare di avvicinarsi il più possibile a tale condizione. La mia esperienza sull’allestimento dei preparati biodinamici, che ormai supera i 25 anni, mi dice che non è possibile realizzare da sé i preparati, a meno che non si tratti di aziende di grandi dimensioni, che possono permettersi di avere personale esperto dedito solo a quest’attività. L’allestimento dei preparati richiede professionalità, dedizione, aggiornamenti continui. Su questo punto si è aperto un confronto dialettico tra me e l’associazione biodinamica che consiglia appunto l’allestimento aziendale. L’importanza del metodo biodinamico sta nel fatto che esso risolve problemi particolari, costituisce l’unica tecnica disponibile che garantisca risultati in situazioni estreme quali il recupero di terreni isteriliti dall’inquinamento. Ma i preparati rappresentano la chiave dell’efficacia, il loro allestimento richiede una tecnica complessa, tanta dedizione e tanto lavoro e non è possibile pretendere buoni risultati facendolo come attività secondaria, collaterale. Il rischio è che i preparati risultino inefficaci e il metodo biodinamico non produca gli effetti sperati. Anche l’ambiente dove vengono realizzati i preparati è di grande rilievo: si è già detto dell’importanza del clima invernale freddo, mentre non sono adatti gli ambienti marini o quelli caldi. D’altro canto, è assurda l’applicazione rigida di certe prescrizioni, le scelte devono derivare dalla conoscenza e dall’esperienza. Per fare un esempio, non si può rigidamente seguire la regola che il corno-letame va preparato il 29 settembre, giorno di San Michele, ma è fondamentale, invece, tener conto del momento in cui il pascolo è pronto; e questo, evidentemente, dipende da questioni contingenti, come la localizzazione geografica, il microclima, l’andamento stagionale.

Qual è il tuo pensiero sullo stato della biodinamica oggi?

In Europa ci sono circa 10.000 ettari in coltura biodinamica, ma questo dato è in flessione; in Australia invece sono oltre un milione e mezzo di ettari, anche se le aziende sono mediamente cento volte più ampie. In Europa la biodinamica è ferma, non c’è evoluzione, non c’è crescita della tecnica agronomica perché non ci sono i risultati; l’effetto dinamico dei preparati è insoddisfacente, perché i preparati sono di qualità insufficiente. La chiave del problema sta proprio nella tecnica dell’allestimento. Il materiale vegetale viene interrato perché avvenga la fase di elaborazione; quando viene dissotterrato esso si presenta ovviamente umido. A questo punto in Germania sai cosa fanno? Espongono questo materiale organico vivo all’aria per farlo essiccare. In questo modo si mettono al riparo dal rischio che il materiale subisca un processo di degradazione cosa cui vanno soggetti con grande frequenza.

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Ma il materiale vegetale, durante l’elaborazione, subisce il processo dinamico di attivazione: è perciò che si definisce preparato. Essiccando questo processo viene vanificato. La causa della degradazione, invece, è a monte, nella qualità delle erbe e nella fase di lavorazione: la corretta tecnica colturale, l’epoca e la fase fisiologica appropriata per la raccolta, l’accurata selezione del materiale vegetale e la sua preparazione puntuale sono tutti fattori che garantiscono dal mancato insorgere di fenomeni degradativi. Ad esempio, se della camomilla si raccolgono i capolini andati a seme, quando questi vengono dissotterrati e lasciati a riposo i semi germinano ed il risultato è alterato. In Australia, come si diceva, il fenomeno biodinamico ha avuto una notevole crescita e il suo sviluppo è legato all’efficacia dei preparati: Alex Podolinsky4 ha denunciato negli anni novanta che i preparati biodinamici utilizzati in Europa sono soltanto erbe secche. I tedeschi essiccano anche il corno-letame…

Ma come si spiega questa sorta di deriva?

Il tarlo, purtroppo, è alle origini e viene proprio dalla Germania, dove la biodinamica è così diffusa. Tutto nasce addirittura dal Conte Keyserling, che ospitò le conferenze di Steiner e, subito dopo, fondò il Gruppo di approfondimento che è stato proprio il responsabile della degenerazione della qualità dei preparati. Dai testi di Keyserling si evince che già dopo 8 anni dallo svolgimento delle conferenze, egli prescrive di ottenere i preparati da erbe secche: ciò è indice di mancanza di tecnica e di professionalità. Keyserling arriva a dire che bisogna allestire i preparati, ma la cosa fondamentale è l’aspetto umano: l’uomo deve porsi in modo antroposofico nei confronti della terra. In questo modo, la tecnica, come la messa a punto dei preparati, ha perso centralità ed è divenuta un aspetto secondario. Nel movimento, già al suo nascere, ha prevalso l’impulso derivante dalla corrente antroposofica, che all’epoca delle conferenze steineriane aveva già una sua storia, rispetto al contenuto tecnico-agronomico, cui pure Steiner aveva dato grande rilievo, spiegando ai partecipanti alle conferenze, molti dei quali erano agricoltori, come allestire i preparati, facendo riferimento continuamente all’humus quale vera matrice della nuova agricoltura. Steiner, purtroppo, morì subito dopo ed il Gruppo acquisì immediatamente un’impronta prettamente filosofica.

Un ruolo importante per le aziende e quindi per la crescita del movimento lo rivestono i tecnici che esercitano la consulenza agronomica. Qual è, a tuo parere, la situazione in questo ambito?

Il metodo biodinamico è impegnativo e difficile. Perciò c’è sicuramente bisogno di bravi tecnici, che abbiano un approccio serio, professionale e non superficiale. Molti tendono a presentare prospettive semplici e senza difficoltà e poi, magari, ti fanno usare il rame per tamponare un problema che non sono in grado di risolvere applicando correttamente i principi della biodinamica. Ma c’è bisogno anche di imprenditori animati da grande convinzione, disposti a rischiare e ad avere pazienza: la conversione al metodo biodinamico richiede tempo e fatica. Bisogna rifuggire le semplificazioni eccessive, la tentazione di ricorrere a regolette buone per tutte le stagioni. Ad esempio, in biodinamica si dice che il corno-letame va usato due volte l’anno. Ma questa non può essere una regola fissa. Io, qui, all’inizio, dovendo bonificare, recuperare una situazione altamente degradata, ho usato il preparato in maniera intensiva, da quattro a otto volte il primo anno, riducendo progressivamente la cadenza fino a una volta l’anno, quando l’equilibrio era stato ripristinato. La questione della professionalità, che è certamente centrale, va vista a 360 gradi, dalla parte dei consulenti, ma, ribadisco, anche dalla parte degli imprenditori e soprattutto delle aziende che allestiscono i preparati. Pensate che molti adoperano addirittura le tisane, che sono infusi di una o più erbe officinali, macerate in acqua e utilizzate in aspersione sulla vegetazione. Questi prodotti non hanno nulla a che vedere coi preparati biodinamici. Possono avere una qualche utilità nella fase di riconversione, per facilitare una sorta di disassuefazione dalle tecniche convenzionali, ma chi li produce, li consiglia e li utilizza nega il fondamento stesso del metodo biodinamico.

Per restare ancor più sul concreto, dicci qualcosa anche della tua attività di agricoltore biodinamico che, guardandosi attorno, sembrerebbe un aspetto non secondario e interessante.

Come dicevo, la mia attività principale è l’allestimento dei preparati biodinamici. Qui, infatti, in origine era quasi tutto pascolo, per la produzione del letame. Nel corso degli anni però mi sono reso conto che, da un lato, il mercato dei preparati non era sufficiente da solo a garantire un reddito accettabile, dall’altro che era necessario dare l’idea dei risultati pratici che era possibile ottenere dall’uso della tecnica biodinamica. Purtroppo, nella mia esperienza, ho trovato rari esempi di aziende nelle quali era riscontrabile quell’apporto dinamico vero che consente di sviluppare a pieno le potenzialità del metodo biodinamico. Produco prevalentemente ortaggi: pomodori varietà Brio (da sugo), Caramba (da insalata) e Ciliegino, zucchine, patate di varietà Desiré, piselli, fagiolini, melanzane, peperoni, fragole.Oltre al miele: dell’apicoltura si occupa mio figlio Simone. Molti dei miei clienti hanno, in passato, manifestato intolleranze alimentari: ora, con i miei prodotti, a loro dire, non soffrono alcun disturbo. Ciò si spiega col fatto che, molto spesso, l’intolleranza non è ai componenti del vegetale ma ad elementi esterni somministrati alla coltura. E’ il terreno la matrice di tutto, è la madre della vita. L’approccio dell’agricoltore dovrebbe essere pedagogico: allevare le piante come i propri figli.

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L’essenza della biodinamica è proprio lì: come diceva Steiner, la terra è il principio e la guida di tutto.

Pensiamo ai comportamenti istintivi, naturali: quando un animale sta male, spolvera la terra e ci si mette sopra, per esservi più a contatto possibile; evidentemente ci sono degli effetti dinamici prodotti dalla terra, che noi non cogliamo ma che l’animale percepisce e che producono la loro efficacia. In zootecnia biodinamica, la cosa essenziale è la gestione del pascolo, perché questo restituisce equilibrio al sistema nel suo complesso e consente all’animale di alimentarsi e quindi orientare tutto se stesso secondo il proprio istinto e non secondo l’applicazione di modelli standardizzati (tabelle nutrizionali, farmacologiche) che non colgono la natura e l’essenza dell’animale come individuo. Il trattamento autunnale di valeriana5 ha un’efficacia che non deriva solo dagli effetti che produce sul pascolo, ma soprattutto dal rapporto neuro-sensoriale che si instaura con l’animale che bruca.

Descrivici le coltivazioni.

L’azienda ha cinque ettari in totale, in serra e in pieno campo. In serra vengono realizzati due cicli colturali di ortaggi. In questo periodo, alla fine di agosto, siamo al termine del primo ciclo colturale. La serra ha la funzione di determinare un anticipo nella produzione, consentendo di essere sul mercato ad aprile-maggio invece che luglio-agosto. Non si deve dimenticare che questa è una zona particolarmente fredda. In ogni caso, si tratta di serre, o meglio di tunnel freddi, non riscaldati. Anche in coltura protetta non si registrano problemi di attacchi parassitari: la corretta applicazione del metodo biodinamico deve consentire di prevenire i problemi. Nel caso si renda necessario intervenire, vuol dire che si è fatta cattiva biodinamica e questo rappresenta una sconfitta. Siamo al quarto anno di coltivazione in serra: nei primi anni si è registrato qualche attacco di virosi, cancro del pomodoro, frankliniella, che si arrestavano, però, sempre ad uno stadio iniziale: da parte della pianta si instaurava una sorta di tolleranza. Ora, per il secondo anno consecutivo, questi problemi non si verificano più.

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Nelle serre si nota una grande spinta alla verticalità: le piante di pomodoro stanno su da sole, senza sostegno, cosa che normalmente non si verifica.

Le piante raggiungono un’altezza di quasi due metri. Questo dipende dalla qualità della vegetazione, dall’equilibrio nutrizionale e permette che si attivi un circolo virtuoso: la pianta guadagna anche nella captazione della luce e nell’efficienza fotosintetica, senza dar luogo a fenomeni di filatura degli steli e, di conseguenza, di allettamento. [Assaggiamo i pomodori direttamente dalla pianta: si apprezza un’incredibile dolcezza del gusto, derivante dalla bassissima acidità, la consistenza della polpa e la persistenza del sapore.]Il materiale di propagazione ha in gran parte provenienza aziendale (semi di cetrioli, insalate, zucchine, cipolle) ed, in parte, da un vivaio biologico di fiducia, che non pratica alcun tipo di trattamento. Al secondo ciclo colturale, si pratica la semina o trapianto su sodo, senza alcuna lavorazione del suolo. Non viene neanche rimosso il manto della pacciamatura: si ripianta nello stesso buco. Non si verifica nessun fenomeno di stanchezza del terreno. La concimazione viene effettuata ogni due-tre anni a seconda della coltura, sempre con compost biodinamico. Devo dire che anche su piante grandi consumatrici come le solanacee, senza concimare per due anni non si registrano cali di produttività.

In pieno campo, invece?

Abbiamo due ettari di orto. In questo momento ci sono fragole, zucchine romanesche, piselli rampicanti, fagiolini. In agricoltura convenzionale, il fragoleto si rinnova ogni anno. Io lo tengo due, tre anche quattro anni: le quantità di prodotto sono stabili, mentre si registra un miglioramento qualitativo, nei caratteri organolettici.

Il discorso è molto interessante dal punto di vista economico, in quanto si risparmia sull’acquisto delle piantine, sulle lavorazioni, sulle concimazioni.

Si conferma ciò che si diceva prima: non è vero che con la coltivazione biodinamica si hanno costi di produzione più elevati: i cali di produttività e gli incrementi di costo sono solo il risultato di una cattiva tecnica. Si torna sempre alla radice della questione: la qualità dei preparati.

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Vediamo che una parte della superficie è destinata a oliveto.

In realtà l’olivicoltura è la mia specialità: in campo agricolo, io nasco potatore di olivi. Qui abbiamo piante di varietà Frantoio e Leccino, di cinque anni di età, in piena produzione. Vengono potati ogni anno, con piccoli interventi annuali, a sfrondare, diradare la vegetazione dell’anno precedente. [Addentrandoci nell’oliveto, notiamo piante di una sanità incredibile, senza un’ombra di rogna o occhio di pavone.]

Puoi dirci qualcosa delle prospettive aziendali?

L’azienda è in espansione. Ho preso in affitto un appezzamento confinante. Sto per acquistare le vacche, indispensabili per la produzione del letame.

E la stalla?

Non è in progetto alcuna stalla. Verrà realizzata solo una tettoia, aperta su tre lati, come riparo per la pioggia e l’umidità notturna. I bovini non hanno bisogno di grandi accorgimenti, sanno da soli come gestire le proprie esigenze; inoltre sono abituati al freddo e, in caso di necessità, si riscaldano a vicenda.

Ci dicevi prima che il vecchio fattore non riteneva possibile ottenere raccolti da questi terreni senza l’apporto di concimazioni minerali. Oggi come ti regoli con gli interventi di fertilizzazione?

Vengono effettuati sovesci misti annuali, con circa 15 essenze diverse di leguminose e graminacee. Inoltre, viene distribuito il compost trasformato con l’aggiunta dei preparati biodinamici.

E relativamente agli equilibri preda/predatore? Fai ricorso alla pratica della lotta biologica e all’introduzione degli antagonisti?

La ricostruzione del corretto equilibrio del suolo comporta il riequilibrio generale dell’ambiente. Per cui le corrette relazioni nell’ecosistema, comprese quelle preda/predatore, devono ottenersi spontaneamente. Questo è un altro indice di una corretta realizzazione del metodo biodinamico. Del resto l’introduzione dall’esterno degli antagonisti, a parte il fatto che è una pratica estranea, comporta anche dei costi. Ecco un’altra differenza tra il metodo biologico e quello biodinamico.

Come ti collochi sul mercato?

Vendo direttamente in azienda. I prezzi che pratico per gli ortaggi sono normalmente al di sotto di quelli medi dei negozi di prodotti biologici. I clienti principali sono gruppi di acquisto. Il problema è in agosto, periodo della massima produzione, che coincide con le vacanze di quasi tutti i clienti. Per cui, per evitare di avere grandi disponibilità di prodotti che non riesco a commercializzare, sono stato costretto ad organizzarmi con le semine e i trapianti per spostare i cicli colturali, ritardandoli il più possibile in modo da andare oltre il periodo critico.

Carlo, vorremmo ora la tua disponibilità ad entrare, per noi e per i nostri lettori, in un ruolo di didatta: vorremmo che ci spiegassi, alla luce delle tue conoscenze e delle tue esperienze, le funzioni, le modalità d’impiego e di allestimento dei preparati biodinamici.

Innanzitutto, una premessa. La pianta, in un contesto sano, vive naturalmente la sua armonia con l’ambiente che la circonda e di cui è parte; non ha bisogno di mediazioni. Come l’animale che sa da solo come alimentarsi, come curarsi. La pianta può aver bisogno di stimoli profondi associati alle principali sfere di forza che definiscono l’ambiente in cui vive: dal basso, a livello della sfera terrestre e quindi dell’humus, e dall’alto, a livello della sfera cosmica e perciò della luce. Per dirla con Rudolf Steiner: “la vita continua dalle radici delle piante fin dentro la terra, e non esiste neppure un limite ben definito fra la loro vita e quella della zona circostante in cui vivono”. In biodinamica si usano, in pratica, tre tipi di preparati: “500″ (corno-letame), da somministrare al terreno; “501″ (corno-silice), da somministrare alla parte aerea della pianta; Preparati da “502″ a “507″ (preparati da cumulo), somministrati ancora al terreno. L’identificazione dei nomi con numeri convenzionali deriva dal fatto che alla Weleda, la casa farmaceutica fondata da Steiner, catalogavano i prodotti mediante un casellario numerato, in cui ogni casella conteneva un prodotto. Quando Steiner mise a punto il primo preparato era disponibile la casella n. “500″ e così a seguire vennero classificati gli altri. Per quanto riguarda le funzioni, è molto difficile poterle tenere rigidamente separate. La loro efficacia si estrinseca dall’azione combinata dei tre preparati ed è fondamentale che vengano utilizzati tutti e tre per avere il completo ed efficace effetto dinamico sul terreno e sulle colture.

Iniziamo dal “500″ o corno-letame.

Produce innumerevoli effetti, oggettivamente verificabili, ma non è noto precisamente quale sia il suo meccanismo biochimico di azione. In realtà non si sa esattamente cosa sia, come non si conosce l’esatta struttura chimica dell’humus. E’ costituito dalle deiezioni fresche senza aggiunta di paglia o altro materiale vegetale (la cosiddetta “fatta”); deve essere di ottima qualità, fresco appena prelevato, prodotto da vacche alimentate a pascoli polifiti coltivati in biodinamica; il letame deve essere quello autunnale, prodotto dalla brucatura dei prati al risveglio vegetativo: deve cioè essere un materiale vivo. Vanno scelti buoni corni di vacca (non di toro) e riempiti con la fatta, in autunno. Quindi, una volta scelto con molta cura il sito migliore dell’orto, il più fertile, con la migliore esposizione, i corni vengono interrati. I primi mesi sono molto delicati: quando inizia l’attività microbica all’interno della buca, va tenuta attentamente sotto controllo la fase umida, evitando gli eccessi che possono turbare l’equilibrio umido e quindi il processo di trasformazione. Se piove troppo, cioè, si copre il sito di interramento con un telo. I corni restano interrati tutto l’inverno, quando è molto importante che rimangano esposti a freddi invernali intensi (gelo, neve), che favoriscono una più intensa trasformazione nella natura della materia umica. A primavera inoltrata il preparato è pronto. Si scava, si dissotterrano e si svuotano i corni: il letame è oramai completamente trasformato in humus, il suo volume si è ridotto alla metà ed ha perso completamente l’odore di stallatico, di letame, acquisendo odori nobili, molto fini, di terra, di sottobosco. La materia ha subìto un’evoluzione profonda nella sua natura e quindi nei caratteri organolettici: è un po’ ciò che accade nella trasformazione dell’uva in vino. Il preparato viene posto in appositi contenitori; quelli realizzati da me sono parallelepipedi, a camera doppia, in legno di castagno all’esterno, in rame all’interno, con un’intercapedine riempita con torba asettica, con funzione coibente. Il rame si utilizza perché è un metallo nobile (non potendo usare l’oro…) ed ha un’azione schermante. E’ importante che non subisca mai l’ossidazione: il fatto di non essere esposto alla luce previene i processi ossidativi; per maggior protezione, ho ideato una patina di rivestimento antiossidante a base dello stesso preparato. I contenitori vengono depositati in una cantina fresca e buia, con un buon grado di umidità, dove non c’è corrente elettrica, per evitare del tutto i campi magnetici, né cemento. Il preparato è utilizzabile per almeno un paio d’anni. I corni vengono conservati e riutilizzati più volte fin quando non perdono la loro consistenza per l’alterazione del tessuto corneo. Quello così ottenuto, pronto per essere utilizzato, è il preparato “500″ o corno-letame. Per il suo utilizzo bisogna preparare una sospensione in acqua. Per un ettaro di terreno, il dosaggio è di 200 grammi per 50 litri d’acqua pura (non contenente cloro né tracce di detergenti) alla temperatura di 35-37°, per stimolare l’azione microbica; poi si procede alla dinamizzazione per un’ora, a mano o a macchina. Questo processo, molto importante per l’efficacia del trattamento, consiste in un rimescolamento continuo e regolare della sospensione; il senso della rotazione va invertito non appena si forma un vortice profondo, che va rotto creando un controvortice, in modo da suscitare una sorta di bollore, detto caos, che costituisce il momento in cui il preparato viene esposto alle influenze cosmiche. La sospensione viene, quindi, distribuita per aspersione sul terreno. Per una corretta e più efficace pratica della fertilizzazione, è consigliabile associare al trattamento col “500″ un sovescio misto, con specie diverse di leguminose, ma anche di graminacee, in modo che si abbia sufficiente differenziazione nella popolazione batterica di azotofissatori, ma anche perché le diverse tipologie di apparato radicale vadano ad esplorare i diversi sati di terreno in maniera completa. Il sovesio viene trinciato e poi interrato in uno strato superficiale di suolo (5-10 cm). Di norma, il trattamento col “500″ segue l’interramento ma può anche precedere la semina della coltura da sovescio, proprio per favorirne la vegetazione. In ogni caso, l’impiego del solo “500″ non è sufficiente a garantire l’efficace riattivazione dei processi nell’ambito delle sfere di forza terrestri e cosmiche. Al fine di determinare la completa azione dinamica nel suolo e sulla pianta, ribadisco che è necessario somministrare anche gli altri preparati: il “501″ ed i preparati da cumulo, di cui parleremo in dettaglio più avanti. Volevo però anticipare che esistono casi in cui non si dispone del cumulo o non è possibile utilizzarlo; per la vite o l’olivo, per esempio, la somministrazione di letame o altra sostanza organica non è consigliabile agronomicamente. In questi casi si ricorre al cosiddetto “500 preparato”, che è il risultato del metodo messo a punto da Alex Podolinsky negli anni cinquanta, per risolvere il problema del trattamento sulle grandi estensioni (in Australia le superfici aziendali possono anche superare i mille ettari). In pratica i 6 preparati da cumulo (dal “502″ al “507″) vengono inseriti nella massa del “500″ ottenuto come prima descritto. Appena svuotati i corni e sistemato il corno-letame nella cassa di rame e torba, nella massa umica si produce un riscaldamento, sintomo di riattivazione dell’attività fermentativa che procede per circa un mese. In questa fase vengono aggiunti i preparati da cumulo, praticando semplicemente dei fori nella massa del corno-letame all’interno del contenitore. Il “500 preparato” deve poi maturare dalla primavera fino all’autunno successivo. Va utilizzato nelle stagioni intermedie, autunno e primavera, con temperature moderate, 4-5-6 volte l’anno, alle dosi, per un ettaro di terreno, di 100 grammi in 30 litri d’acqua pura, sempre dinamizzando la sospensione. Il “500 preparato”, oltre a consentire l’uso corretto dei preparati da cumulo anche in situazioni difficili, risolve anche il problema del reperimento delle enormi quantità di letame di buona qualità necessarie per grandi estensioni. Si tenga infatti conto che il letame di stalla convenzionale non è di buona qualità, in quanto pieno di residui tossici, quali antibiotici o antiparassitari, e quindi non viene demolito nel suolo e non si trasforma in humus.

Veniamo allora ai “Preparati da cumulo”.

Sono ricavati da erbe officinali, preparate secondo procedure specifiche e aggiunti successivamente al cumulo o compost, che altro non è che letame di stalla maturo con aggiunta di paglia. Esso è ricchissimo di lombrichi, ha una natura tipicamente colloidale e, di conseguenza, un grande potere di ritenzione per l’acqua: anche dopo lunga esposizione al sole, non si asciuga completamente, ma mantiene un certo grado di umidità. I preparati non dovrebbero mai essere usati singolarmente come molti fanno. E’ il loro impiego associato che produce l’azione dinamica. I preparati sono:

“502″ Achillea (Achillea millefolium)

“503″ Camomilla (Matricaria chamomilla)

“504″ Ortica (Urtica dioica)

“505″ Quercia (Quercus robur)

“506″ Tarassaco (Taraxacum officinale)

“507″ Valeriana (Valeriana officinalis)

Tutte le officinali necessarie all’allestimento dei preparati vengono coltivate in azienda. Le erbe vanno prodotte in azienda per tenere sotto controllo molti aspetti che influiscono sulla qualità finale del preparato: epoca di raccolta, momento della giornata, fase vegetativa della pianta, sistematicità della raccolta, selezione del materiale vegetale. Altrimenti, come ho già detto, le erbe vanno incontro a processi degradativi, non riescono a completare il ciclo di essiccazione/ elaborazione e il preparato è ovviamente inefficace.

Iniziamo dal “502″, l’Achillea.

Si utilizzano solo i capolini, raccolti manualmente prima della fase di piena fioritura. Dopo un’accurata selezione delle infiorescenze (i capolini), il materiale vegetale viene posto in una vescica di cervo maschio ed essiccato al sole. Quindi, in autunno, viene interrato. A primavera successiva, al dissotterramento, avremo una massa umica, dai caratteri completamente diversi da quelli originari, segno della profonda trasformazione della materia. Il “502″ è pronto e sviluppa un aroma caseoso, di formaggio maturo. In quello di cattiva qualità l’aroma diviene ammoniacale, molto sgradevole. E’ ricco soprattutto in zolfo e potassio, in forma attiva.

A proposito del cervo: l’uso di un animale presente solo in determinati ambienti per l’allestimento di un preparato che, insieme agli altri, nasce per dare un impulso positivo all’agricoltura di tutto il pianeta non può rappresentare una limitazione?

Innanzitutto, io uso unicamente vesciche di cervo in ossequio alle indicazioni di Steiner. Del resto, in Europa non è difficile reperire gli organi di questi animali. In mancanza di essi è comunque possibile utilizzare organi di animali diversi di cui sia stata sperimentata l’efficacia. Del resto, è stato proprio Steiner a ribadire sempre la necessità di sperimentare di continuo.

Il “503″, Camomilla.

Anche in questo caso si utilizzano solo i capoli ni, scartando con un lavoro certosino le foglie, gli steli e tutto il resto. Il capolino della camomilla,

il “bottone giallo”, è un insieme di piccolissimi fiorellini che, in aprile-maggio, iniziano ad aprirsi a partire dal basso dell’infiorescenza.

La raccolta, effettuata rigorosamente a mano, deve avvenire nella fase intermedia della fioritura, quando circa la metà dei fiori sono aperti.

Il materiale vegetale viene essiccato, quindi, in autunno, reumidificato, posto in un budello ricavato dall’intestino tenue di bovino, infine interrato. In primavera, si osserverà che gli organi vegetali (le infiorescenze) sono quasi scomparsi.

Avremo anche qui una massa umica e umida, con un profumo nobile, completamente diverso da quello del materiale di partenza: i caratteri organolettici originari sono evoluti radicalmente. Il “503″ è pronto. Contiene zolfo e calcio.

Il “504″, Ortica.

Si utilizzano i germogli della pianta raccolti in piena fioritura. Il materiale vegetale viene interrato fresco, senza essiccazione, per un intero anno in piena terra, senza alcun contenitore. Il preparato finale sviluppa un tipico aroma ferroso, di ruggine. Contiene zolfo e ferro.

Il “505″, Quercia.

Se ne utilizza la corteccia, che, raccolta in autunno e finemente tritata, viene posta in un cranio di animale domestico, poi interrato ai margini di un corso d’acqua, fino alla primavera successiva. La materia umica estratta sviluppa un aroma di terra umida. Contiene calcio e zolfo.

Il “506″, Tarassaco.

Si utilizzano le infiorescenze, raccolte in primavera,essiccate e conservate fino all’autunno. Aquesto punto il materiale vegetale viene inumiditoe quindi posto in un involucro ottenuto dalmesentere di vacca e interrato. Alla primaverasuccessiva, avremo anche in questo caso unamassa umica completamente evoluta, che sviluppaun profilo aromatico molto particolare ecomplesso, di crosta di pane, floreale, carnoso, di miele, di pinolo. Contiene silicio e zolfo.

Il “507″, Valeriana.

La sua preparazione e il suo utilizzo sono molto diversi dalle altre officinali; si impiega, infatti, in forma di infusione. Si raccolgono le infiorescenze, di cui si utilizzano solo i petali, da cui vanno separati e scartati, ancora con un lavoro certosino, tutti gli organi verdi, compresi i sepali: è molto importante per la qualità del preparato che non sia assolutamente presente clorofilla. Il materiale vegetale così ottenuto viene messo in infusione in acqua pura in bottiglie aperte ed esposto all’aria, per il tempo necessario alla macerazione. Il processo sarà completato quando, alla luce dell’esperienza, noteremo la trasformazione del colore e dell’odore, che sarà tipicamente di argilla, di roccia bagnata. Il preparato contiene fosforo e zolfo. La valeriana nasce come preparato da cumulo ma si può somministrare anche in aspersione diretta alla coltura e in questo caso tende a formare un mantello difensivo che aumenta, per esempio, la resistenza alle gelate. Un altro effetto, verificato dalla mia esperienza diretta, è quello di fungere da stimolante per i lombrichi, che risultano attratti, risalgono in superficie e facilitano l’evoluzione della sostanza organica nel suolo. Addirittura, a dimostrazione del suo effetto di attrazione, ho notato che lasciando all’aria dei contenitori con la valeriana a macerare, la mattina vi ritrovavo dentro i lombrichi, a volte anche affogati. Tutti i preparati, una volta pronti, vengono riposti in barattoli di vetro, a loro volta collocati in cantina, negli stessi contenitori con rame e torba utilizzati per il “500″.

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Lo zolfo è presente in tutti i preparati.

Giusto. Infatti si può dire che esso è al centro della sostanza vegetale. Come diceva Steiner, è il messaggero della luce, il mediatore dello spirito. Lo zolfo sta alla materia vegetale come la silice sta alla terra, ai materiali rocciosi.

Bisogna però tener presente che lo zolfo e gli altri elementi citati (fosforo, calcio, ferro, potassio) sono componenti quantitativamente secondari, ma qualitativamente fondamentali nella struttura delle proteine vegetali. Questi elementi vengono attivati attraverso i processi di elaborazione dei preparati biodinamici. Essi sono, infatti, diversi dalle sostanze attive presenti in natura. I preparati sono una condizione della sostanza che normalmente non è presente in natura.

Vuoi fornirci, ora, qualche indicazione sull’impiego del cumulo e dei relativi preparati?

Il dosaggio dei preparati in forma solida (dal “502″ al ” 506″) è di 2 grammi di ciascun preparato per tonnellata di letame. Molto semplicemente, si praticano dei fori nel cumulo e si inseriscono i preparati. L’estratto di valeriana (il “507″) viene dinamizzato in acqua calda e poi nebulizzato sul compost; se ne impiegano 5 millilitri ogni 5-6 metri quadri di cumulo. Dopo circa 6 mesi di maturazione il compost è pronto per essere utilizzato come fertilizzante: viene sparso sul suolo, nelle quantità di 20-30 quintali per ettaro di terreno, seguito da un leggero interramento. Sia i quantitativi dei preparati, sia quelli di compost sono minimi se confrontati alle quantità che si impiegano per una normale letamazione del suolo in agricoltura convenzionale (da 10 a 20 volte maggiori). Il terreno viene quindi inseminato non concimato; ancora una volta dobbiamo ribadire che si tratta di un processo di attivazione dinamica.

Dicevamo prima che in viticoltura il letame non dovrebbe essere usato. Vuoi chiarire questo aspetto?

Il letame non dovrebbe essere usato (malgrado tutti lo facciano ugualmente, anche in biodinamica) innanzitutto perché in genere non è di buona qualità.

La questione fondamentale però è che la vite è una pianta mediterranea, solare, perenne, che necessita di minime quantità di nutrienti: perciò è preferibile ricorrere ai sovesci polifiti. Il cumulo è più indicato per colture ortive, annuali, molto più esigenti. La vite non ha bisogno di un apporto nutritivo così consistente, ma di luce.

Il “500 preparato”, di cui abbiamo già parlato, per i quantitativi di impiego, non apporta nutritivi, bensì funge da attivatore, da stimolatore per la pianta.

E’ importante, però, capire che i preparati non possono essere usati efficacemente su un terreno “morto”. In tal caso, è necessario prima riconvertire il terreno utilizzando il “500 preparato” in dosi massicce, unitamente a sovescio (o altro apporto organico); solo in un secondo momento possono essere utilizzati i preparati con modalità normali.

E in olivicoltura?

E’ lo stesso discorso della vite. A proposito, vi racconto un episodio. Un amico mi chiese consiglio per una sua azienda di otto ettari di oliveto in conversione biodinamica, distribuiti su due appezzamenti, posti su due pendici collinari degradanti verso un canale. Si trattava di due contesti pedologici completamente diversi: su un versante il terreno si presentava ghiaioso, molto povero e brullo; sull’altro versante era umico e ricco di vigorosa vegetazione spontanea. I due appezzamenti venivano concimati allo stesso modo, con concime organico pellettato, ma i risultati colturali erano opposti: sul primo, gli olivi vegetavano in maniera normale e davano produzioni soddisfacenti; sul secondo, vegetavano benissimo, ma non davano alcuna produzione. Il mio consiglio è stato molto semplice: non concimare e somministrare soltanto i preparati.

La ricetta, quindi, non è stata aggiungere, ma sottrarre.

E perché somministrando gli stessi concimi organici, un appezzamento produceva e l’altro no?

Perché sul terreno ghiaioso la sostanza organica non veniva fissata, ma dilavata; sul terreno umico e poroso, invece, veniva fissata e assorbita dalla pianta. Quindi in un caso la sostanza organica era inutile, nell’altro era dannosa.

Oggi i due appezzamenti producono regolarmente e anzi, nell’appezzamento ghiaioso si nota anche sviluppo di erbe spontanee.

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Veniamo dunque al “501″, la corno-silice.

La silice sercita un’azione di stimolo sul processo di fotosintesi, potenziandola.

La materia prima è cristallo di rocca, prelevato da cave quarzifere presenti in moltissime montagne, per esempio nell’Appennino tosco-emiliano. Si possono utilizzare anche sabbia o feldspati come fonte di silice, ma il cristallo di rocca rappresenta la perfezione, la purezza: è lo stesso Steiner a indicare di preferire il cristallo di rocca. All’analisi contiene fino al 98 per cento di silice (SiO2) contro il 75-80 per cento della sabbia. In primavera, si prende la parte migliore, la più cristallina e trasparente del cristallo stesso e si procede alla fase più delicata, la molitura, che va spinta al massimo per ottenere un altissimo grado di finezza. Purezza e finezza sono necessarie perché la silice non è solubile in acqua.

Con la molitura spinta, effettuata con un procedimento messo a punto da un mio amico, Gianni Montanari, che si occupa di macchine per l’agricoltura biodinamica, si riesce a superare il problema della solubilità, ottenendo una sospensione stabile di silice in acqua. Anche la silice viene posta nei corni, addizionata di acqua pura e poi interrata dalla primavera all’autunno successivo. Ancora una volta le quantità da impiegare sono piccolissime: 3 grammi in 50 litri di acqua per ettaro.

La sospensione, ovviamente dinamizzata, viene nebulizzata sulle foglie in primavera, alla ripresa vegetativa, quando si riattiva la fotosintesi.

E’ importante che la nebulizzazione sia molto spinta, ottenuta mediante pompe ad alta pressione, senza ricircolo: le goccioline, cioè, devono risultare micronizzate, in modo che la sospensione non scoli sulle foglie ma si fissi nell’atmosfera. La luce, attraverso i cristalli contenuti nelle goccioline in sospensione, viene rifratta e, quindi, scomposta nelle diverse fasce cromatiche. Anche se non è dimostrato, si possono supporre diverse azioni delle diverse componenti cromatiche della luce sulla fotosintesi. Quanto maggiore sarà il grado di suddivisione del cristallo di rocca, tanto maggiore sarà il numero di particelle in grado di scomporre la luce, tanto maggiore sarà l’attività della silice e, di conseguenza, la sua efficacia. Il trattamento va fatto la mattina presto, quando la luce è trasversale e si ha maggiore rifrazione; ma anche perché al mattino presto c’è assenza di vento.

Questo stimolo a livello alto, della luce, si integra con quello a livello profondo, dell’humus: in tal modo l’azione dinamica sulla pianta è completa e la crescita equilibrata.

Invece la somministrazione del solo “500″ può determinare lo sviluppo di piante ipertrofiche, squilibrate per un eccesso di nutrizione e di crescita. Insisto: non si deve intendere l’azione dei due preparati “500″ e “501″ come separata su diversi organi o funzioni della pianta. E’ la loro combinazione che determina lo stimolo equilibrato al livello della sfera terrestre e cosmica e quindi lo sviluppo armonico. Il “501″, inoltre, non svolge solo un’azione quantitativa sull’intensità della fotosintesi e sull’accumulo di zuccheri, ma anche e soprattutto qualitativa, sulla qualità della luce.

Ci dicevi all’inizio che il costo per l’utilizzo dei preparati biodinamici è molto contenuto. Puoi darcene un’idea?

Il prezzo di vendita del “501″ è di circa 1,50 euro per grammo. Il costo medio per intervento è di 4,50 euro per ettaro.

In conclusione, Carlo, il fatto che la biodinamica oggi susciti l’interesse di un numero sempre maggiore di persone, compresi gli addetti ai lavori, può dare, secondo te, un impulso alla trasformazione dell’agricoltura nel mondo?

La diffusione della biodinamica è sicuramente un fatto positivo ma la questione è che oggi non è più il tempo delle parole, ma dell’agire concreto per affrontare e tentare di risolvere i problemi dell’agricoltura e, quindi, della qualità dell’alimentazione. In qualsiasi parte del mondo dove viviamo e abbiamo un pezzo di terra, lì si può fare biodinamica. Di quel pezzetto di terra noi dobbiamo rispettarne le proprie leggi biologiche, oggi ancora in parte sconosciute; cercare di migliorarle e guarirle, poiché l’uomo , in questi ultimi 50 anni ha deturpato l’intero territorio agricolo, applicando ad esso le sue leggi scientifiche agronomiche. L’essere umano non ha capito che la natura non la si deve combattere con le leggi dettate dalla scienza meccanicistica. Nel 1924 Rudolf Steiner ci ha donato un nuovo impulso per sostituire il metodo agricolo chimico, che allora si stava affermando. Steiner ci ha dato gli strumenti per comprendere e intervenire, rispettando la sapienza e i meccanismi della natura che esistono da milioni di anni. Questi strumenti esistono oggi nel metodo agricolo biodinamico.

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