Internet non è un divertimento, ma un diritto umano fondamentale. Come la libertà d’espressione. Dagli Usa alla Scandinavia, nasce una nuova visione del Web. Che potrebbe entrare nelle Costituzioni
Agli studenti di Shanghai Barack Obama lo ha detto a modo suo e senza girarci troppo intorno: “La libertà di accesso a tutti i contenuti on line ci rende migliori”. Una frase semplice, che però nasconde una questione fondamentale per il futuro delle democrazie: il concetto di ‘libertà d’impressione’, che sta al XXI secolo come all’epoca illuminista stava il principio della ‘libertà d’espressione’.
A teorizzare la libertà d’impressione, ‘rovesciando’ l’articolo 19 della Dichiarazione dei Diritti umani dell’Onu, sono da anni due scienziati della politica canadesi, Marshall Conley e Christina Patterson, che hanno introdotto la formula sostenendo che “la Rete, facilitando la diffusione della conoscenza, incrementa la libertà d’espressione e il valore della cittadinanza”. La possibilità di avere accesso al Web cioè accresce verticalmente la possibilità di farsi un’opinione e di manifestarla, grazie alla molteplicità di fonti, notizie e punti di vista frequentabili nel Web.
Quando arrivò sugli scaffali (nel volume ‘Human Rights and The Internet’, Macmillan 2000) la visione di Conley e Patterson pareva un po’ troppo pionierista, in un periodo in cui gli utenti del Web erano una dozzina di milioni in tutto il mondo. Poi però le cose sono cambiate e oggi i cybernauti sono quasi un miliardo, con previsioni di raddoppio entro il 2013. Negli Stati Uniti sono on line otto persone su dieci, in Italia ci stiamo avvicinando a metà della popolazione. “E quindi si sta cominciando a capire che l’accesso a Internet è un corollario del diritto alla libertà individuale, perché fornisce quegli strumenti critici attraverso i quali ci si forma un’opinione”, spiega Sebastiano Maffettone, filosofo e docente di Scienze Politiche alla Luiss. L’accesso alla Rete insomma non è più visto come un lusso o un orpello, ma come una condizione per potere esercitare gli altri diritti, come appunto la libertà di opinione e di espressione.
Così quella che sembrava un’utopia da teste d’uovo ha iniziato a essere discussa nelle sedi istituzionali, come l’Internet Governance Forum, il ‘parlamento’ mondiale della Rete collegato alle Nazioni Unite che il 18 novembre scorso si è riunito in Egitto proprio per arrivare a definire quello che il giurista Stefano Rodotà chiama un ‘Bill of Rights’, cioè una carta “che stabilisca gli elementi costitutivi della cittadinanza digitale”. Non solo quindi “il basico diritto d’accesso, ma anche i diritti della persona in Rete, come quello all’oblio e alla gestione dei suoi dati personali”. L’obiettivo, spiega Rodotà, “è arrivare nell’arco di un paio di anni, attraverso un processo condiviso in Internet, a un riconoscimento formale di questi diritti che poi potrebbero costituire una Convenzione da far firmare agli Stati”.
Solo teorie? Mica tanto. Basta pensare che, seppur tirata per la giacca, anche la Corte costituzionale francese ha dovuto affrontare pochi mesi fa il problema. Colpa o merito di Nicholas Sarkozy e della sua battaglia contro i ‘pirati’ di Internet, cioè gli utenti che scaricano musica e film in violazione del diritto d’autore: per contrastare il fenomeno, il governo francese aveva fatto approvare una legge (nota come Hadopi) che prevedeva la sospensione della connessione a Internet per i downloader recidivi. Approvata dal Parlamento di Parigi, la legge è stata cestinata dalla Consulta in base al principio per cui l’accesso alla Rete è “una componente della libertà di espressione” di cui non si può essere privati con un atto amministrativo e senza un regolare processo, altrimenti “si viola la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1789″.
Così è stato ufficializzato per la prima volta l’accostamento tra diritti umani e accesso al Web. E quest’ultimo è stato accomunato ai diritti sanciti dalla Rivoluzione francese, come quello alla libertà personale e alla proprietà. In modo non dissimile, l’idea è stata fatta propria dal Parlamento europeo, quando nel maggio scorso ha stabilito tra l’altro che “non possono essere imposte limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet”.
di Alessandro Gilioli espresso.repubblica.it


















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